Il mito della globalizzazione messo in crisi dalla storia


Nicola Marini

Quante certezze sono venute meno in questi due anni. C'è stato un momento, forse non ce lo ricordiamo più, in cui le limitazioni ci impedivano di uscire dalle regioni in base a un mosaico di colori studiato a tavolino, un momento in cui non si poteva uscire dal comune, o addirittura uscire di casa. Libertà che pensavamo garantite sono venute meno, per motivi senza dubbio giusti come la sicurezza e la salute pubblica, eppure abbiamo immediatamente e dolorosamente preso coscienza del fatto che non possiamo dare nulla per scontato. Ora, la guerra in Ucraina ci fa riflettere su un'altra presunta certezza che sta venendo meno (e che già aveva vacillato nella pandemia): la globalizzazione.

Dalla caduta del Muro di Berlino, ci siamo convinti che il mondo fosse un unico grande mercato globale, un giardino dell'Eden in cui noi, ancora padroni degli strumenti economici e delle tecnologie, potevamo delocalizzare la manodopera e centralizzare i profitti, in cui potevamo attingere risorse senza problemi ed esportare qualsiasi cosa. Purtroppo, spesso il sistema economico nostrano ha puntato su questa visione miope del capitalismo, schiacciando chi invece contribuiva, nel piccolo dell'imprenditoria artigiana, a lavorare per produrre davvero qualcosa, per produrre ricchezza reale ed eccellenza, e lisciando il pelo invece a chi speculava.

Questo ha distrutto il tessuto economico del nostro paese, come dimostra una linea della crescita del Pil che ci vede da decenni alle prese con la stagnazione, con un debito pubblico sempre più pesante, con un protezionismo di facciata e una svendita di asset fondamentali per la crescita della nazione.

Ora, la pandemia e la guerra stanno evidenziando i limiti di questa concezione, testimoniando le fragilità di quella “globalizzazione” che inseguivamo in modo forse un po' superficiale.

Lo scossone geopolitico della guerra in Ucraina, l'isolamento della Russia, l'esasperarsi delle divisioni tra il mondo “dei buoni” e quello dei paesi “canaglia”, ha minato quella pace che credevamo inossidabile, benché qualcuno, già da tempo, levasse la voce per spiegare che già stavamo vivendo una “terza guerra mondiale a pezzi”. La voce di Papa Francesco è rimasta inascoltata, e ora un altro pezzo delle nostre certezze crolla.

Ma non si tratta soltanto di un problema di geopolitica. Si tratta della crisi del concetto di globalizzazione, che si sta dimostrando giorno dopo giorno. Pensiamo all'energia: le sanzioni alla Russia, imposte dal doveroso sentimento di solidarietà al popolo ucraino, ma anche dalla volontà di indebolire un gigante scomodo e inaffidabile, hanno palesato il limite europeo, ma prima di tutto italiano, nell'approvvigionamento energetico. Un asset strategico che avrebbe meritato, forse più di Alitalia, il lavoro e l'attenzione del Governo in questi decenni.

La dipendenza dal gas russo ha mostrato i suoi limiti, ma anche questa volta sembriamo non voler imparare dagli errori, così assistiamo a missioni dei nostri governanti all'estero, in cerca di alternative provenienti da paesi non meno “canaglia” della Russia, per creare nuove dipendenze e posticipare i problemi.

Giorno dopo giorno, assistiamo a soluzioni “tampone” per problemi strategici, come la riduzione delle accise sui carburanti con scadenza di pochi mesi, come il bonus una tantum per combattere l'inflazione, l'ennesima “mancia” in un paese in cui il cuneo fiscale è un giogo che frena l'occupazione, e quindi la produttività e la crescita, in modo drammatico.

Nel frattempo, la fragilità internazionale e il rincaro energetico innescano una serie di speculazioni che arricchiranno, come sempre, quei pochissimi che guadagnano anche nelle peggiori guerre, e sprofonda la gente normale nella povertà, schiacciata da rincari senza senso.

Il nostro ruolo di Casartigiani a cui aderiamo a livello nazionale è dar voce alle piccole imprese dell'artigianato, ma non solo per evidenziare i loro bisogni. Far risuonare la loro voce è importante perché le piccole imprese sono quelle che costituiscono la stragrande maggioranza dell'occupazione e della produzione italiana, e rappresentano una spia della situazione generale dei nostri territori.

Per questo, tra mille difficoltà, continuiamo con ancora più impegno a denunciare le problematiche che, dall'artigianato, si allargano inevitabilmente, a macchia d'olio, su tutte le categorie, con il rischio che chi “conta” se ne accorga quando ormai è troppo tardi.

Concludo quindi con un discorso forse un po' invecchiato, ma che non ha ancora trovato risposte. Il nostro osservatorio è piccolo, ma ci racconta una realtà incontrovertibile: non sono i bonus di 200 euro che salvano dall'inflazione, non è il reddito di cittadinanza che salva dalla povertà. Il problema del nostro paese non è nemmeno l'inflazione, ma il rischio di una “stagflazione”, ovvero un'inflazione in un contesto di stagnazione economica. Il modo per combatterla, è la crescita, e la crescita vera non è quella drogata dai bonus o dagli incentivi, ma dipende dai soliti fattori che ci siamo ormai stancati di ripetere: più infrastrutture e semplificazione, meno burocrazia, taglio del cuneo fiscale, accesso al credito, supporto alla digitalizzazione e alla formazione, promozione di percorsi scolastici adeguati, e di una mentalità che non metta l'artigianato nell'angolo per spingere i nostri giovani, le nostre maggiori risorse, alla ricerca del posto fisso o, peggio ancora, della fuga all'estero in cerca di ciò che l'Italia non può più offrire. •  * Presidente Unione Artigiani e Imprese Lodi (pubblicato su IL CITTADINO di Lodi)

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